Probabilmente l'ostacolo tra voi e la vostra laurea, se mai ne otterrete una. (-:

🇨🇭🇮🇹🇯🇵
Joined January 2011
Da quando ho letto la proposta di Zingales sulla tassa di cittadinanza, ogni tanto mi viene in mente e rido.
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"Anche gli Stati Uniti ce l'hanno!" Esatto: Stati Uniti, Eritrea e Myanmar. Ma poi l'AdE che stana i residenti all'estero, specie quelli che non si iscrivono all'AIRE per fare arbitraggio col SSN. La necessità di rivedere gli accordi di tassazione. La meraviglia.
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Many colleagues fear AI in research. I see a blessing instead: freedom from the publish-or-perish treadmill of endless incremental papers and pointless simulations. More room for bold, disruptive ideas. Fewer papers, more essays. Like the old days.
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Quest'anno le registrazioni delle lezioni stanno venendo proprio bene, grazie alle funzioni AI di YT, dalle thumbnail ai capitoli automatici, e ai sottotitoli creati con SuperWhisper. ps: la durata differente è dovuta al fatto che taglio gli aneddoti più sensibili, su consulenze o altro, come piccolo incentivo (che funziona) per venire in aula.
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A Basilea Città e Zugo i soliti morti di fame.
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⚡️Con l'aiuto di zio Vlad ⚡️Il programma di AfD per demolire la Ue ⚡️Il fondo sovrano a etica variabile ⚡️La legge di bilancio coi fichi secchi e avariati ⚡️Degrado su commissione (parlamentare) ⚡️La patrimoniale di Petrolini e Landini 🍿 E molto altro
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Questa è la traduzione leggermente riassunta di un articolo più elaborato che ho scritto per una rivista studentesca che mi ha chiesto la mia opinione sul futuro dell'università. Negli ultimi mesi mi capita sempre più spesso di passeggiare lungo i corridoi della mia facoltà e di sbirciare nelle aule indaffarate, ponendomi una domanda inevitabile, scontata direi, ma allo stesso tempo difficilissima: tutto questo esisterà ancora tra vent’anni? Mentre vediamo modelli linguistici e sistemi generativi comporre saggi, risolvere equazioni e problemi vecchi di decenni, scrivere codice e sintetizzare interi manuali in pochi secondi, interrogarsi sul futuro dell’università mi sembra del tutto naturale. Specie per chi, come me, ne fa parte e crede nell’utilità dell’istituzione universitaria per una società sana, aperta e prospera. Come tanti, io credo che l’università abbia davanti una metamorfosi profonda, a tratti dolorosa, ma diversamente da molti miei colleghi sono ottimista. Penso che l’intelligenza artificiale, mettendo in discussione alcune delle funzioni più consolidate dell’università, possa spingerla a riscoprire il senso della propria esistenza. Molto dipenderà dalla capacità degli atenei, e quindi di noi professori, di riconoscere ciò che, nel nostro lavoro, merita davvero di essere custodito, ossia difeso e sviluppato, e ciò che invece può essere demandato o abbandonato. Se volete, posso già anticiparvi il succo della mia idea: ci sarà un ritorno al passato, alla bottega del maestro, ad alcune antiche eredità del Medioevo bolognese. Immagino che una parte crescente dello studio individuale passerà attraverso sistemi personalizzati, disponibili a qualsiasi ora, capaci di adattare una spiegazione, proporre esercizi e tornare sullo stesso concetto tutte le volte necessarie, combinando più formati con una ricchezza multimediale difficile da eguagliare per un singolo docente. Per uno studente, poter fare una domanda senza imbarazzo e ricevere subito un chiarimento sarà un vantaggio enorme, che renderà inutile una lezione limitata a ripetere pedissequamente il contenuto di un manuale. Occorrerà, ancor più di oggi, trovare una ragione convincente per occupare un’aula e il tempo di chi la frequenta. È proprio qui, allora, che la presenza fisica può acquistare un significato più forte, rinnovato. Del resto, negli anni della pandemia abbiamo visto quanto contassero anche le parti apparentemente marginali della vita universitaria, fossero esse una conversazione dopo la lezione, un’obiezione inattesa, un pomeriggio trascorso a studiare insieme, o l’incontro con qualcuno capace di cambiare il nostro modo di vedere un problema. Comprendere una spiegazione, dibattere, sostenere un’idea davanti ad altre persone e accettare che venga messa in discussione sono esperienze diverse, fondamentali, e una seria formazione ha bisogno di tutte. L’università che immagino darà più spazio a questa dimensione d’interazione umana, fatta di discussioni, laboratori, progetti condivisi, pensiero astratto e ricerca. Andremo in aula per mettere alla prova ciò che abbiamo studiato e appreso, confrontarci con prospettive diverse e affrontare problemi la cui soluzione richiede di lavorare insieme, non semplicemente di scartabellare tra milioni di pagine o produrre l’ennesima slide. Anche la conversazione davanti alla macchinetta del caffè continuerà ad avere un valore, perché spesso è lì che una domanda rimasta ai margini della lezione o di un seminario trova finalmente spazio. In questo scenario cambierà inevitabilmente anche il mestiere del professore, la cui autorevolezza dipenderà sempre più dalla capacità di orientare il lavoro degli studenti in piccoli gruppi, specie per le materie più avanzate, scegliendo problemi significativi, riconoscendo un ragionamento fragile dietro una risposta elegante, chiedendo conto di un passaggio dato troppo rapidamente per scontato. Un buon docente saprà anche fermarsi su un errore e mostrare perché vale la pena comprenderlo, e farà dell’imitazione un fondamento pedagogico, perché si impara anche osservando come il “maestro” affronta un problema, costruisce un ragionamento e corregge i propri errori, come succedeva nei chiostri e nelle botteghe artigiane di un tempo. È in questo accompagnamento che vedo riemergere con forza la dimensione maieutica dell’insegnamento, col docente che potrà lasciare il mero nozionismo alle macchine, concentrandosi sulla capacità di elaborare l’informazione, al di là della ripetizione pappagallesca. Già oggi, per accorgersi che una macchina sta producendo una spiegazione plausibile ma sbagliata bisogna conoscere l’argomento, e questa esigenza sarà sempre più evidente e pressante in futuro. Piccolissima digressione: per alcuni settori critici prevedo una rinnovata esigenza di certificazione esterna, umana. Per formulare una buona domanda bisogna avere già qualcosa su cui pensare, non basta mettere in fila una serie di parole con più o meno senso apparente. L’università dovrà quindi interrogarsi con maggiore precisione sulle conoscenze che uno studente deve fare proprie e sulle operazioni che può affidare a uno strumento. Tutto questo richiederà conoscenze solide e porterà a una forte pressione su docenti e studenti, generando una polarizzazione che, quella sì, ritengo inevitabile. Mentre l’accesso all’informazione diventerà sempre più diffuso e a basso costo, immagino che la formazione universitaria si concentrerà sempre più sull’accompagnamento personale di poche persone e sul lavoro avanzato, lasciando la formazione di base a scuole superiori potenziate e percorsi online. In questo scenario mi aspetto una riduzione nel numero degli atenei, un loro consolidamento. Dopo una breve parentesi di massa, l’università tornerà a essere di élite e a occuparsi di meno materie. Per élite intendo un gruppo selezionato per preparazione, attitudine e interesse, senza alcuna valenza sociale o di censo. Ed è per questo che serie borse di studio saranno fondamentali. Il professore universitario del futuro tornerà a essere quasi un “maestro di bottega col suo gruppo di garzoni aspiranti artisti”. Al suo ruolo formativo si affiancherà un rinnovato compito di certificazione, volto a garantire la qualità dei suoi studenti, mettendo in gioco la propria reputazione. Se quella garanzia si rivelerà infondata, ne risponderà anche la credibilità del maestro. Alcuni docenti diventeranno talmente visibili da permettersi di farsi ateneo: gli studenti vorranno loro, proprio loro. Sarà un fenomeno secondario, ma non irrilevante in alcune discipline. Arriviamo così al nodo che considero decisivo, ossia il valore del titolo di studio. Non quello legale, ovviamente, ma la fiducia che quel titolo riesce a generare nelle capacità di chi lo possiede. Quando produrre un elaborato convincente diventa sempre più facile, quell’elaborato, da solo, ci dice sempre meno sul percorso e sulle capacità di chi lo presenta. La scrittura, specie quella manuale, conserverà il suo valore come esercizio di pensiero, ma la valutazione dovrà rendere visibile anche il lavoro che conduce al risultato, cioè le scelte, gli errori, le revisioni, le ragioni di una conclusione. Per un soggettivista come il sottoscritto sono parole bellissime. Diventerà più importante sapere chi comprende davvero ciò che presenta, chi sa adattare una soluzione a un problema nuovo e chi è capace di riconoscere i limiti del proprio lavoro. In questa esigenza l’università troverà una delle sue ragioni più forti per continuare a esistere e rafforzarsi. Mi aspetto quindi una rinnovata centralità dell’esame orale, della discussione pubblica e della prova pratica. Immagino valutazioni in cui si chieda allo studente di difendere una scelta, rispondere a un’obiezione, correggere un errore o affrontare una situazione imprevista. Alcune prove serviranno a verificarne l’autonomia senza assistenza, mentre altre a capire come lo studente utilizza l’intelligenza artificiale, come ne controlla i risultati e quanto sa assumersi la responsabilità delle proprie conclusioni. Il voto finale tornerà a essere un segnale di qualità, attraverso un inevitabile inasprimento delle valutazioni e una forte spinta alla selezione. Una trasformazione del genere pretenderà risorse e scelte organizzative (e diventerà una discriminante sempre più forte tra paesi generatori di conoscenza e paesi consumatori). In teoria anche tempo, ma la pressione tecnologica non lo permetterà. Far discutere gli studenti, seguirne individualmente i progetti e valutarne il percorso richiede un investimento e una trasformazione nel lavoro dei docenti, e gli atenei dovranno riconoscere questo impegno e creare le condizioni perché possa diventare una parte centrale della formazione. È qui che colloco la mia fiducia nel futuro dell’università, perché l’intelligenza artificiale ci costringe a tornare su una domanda essenziale per chi insegna: che cosa significa formare una persona? In sintesi, la risposta che immagino contiene più ricerca, più “filosofia”, più laboratorio e più incontro umano. Se gli atenei sapranno dare forma a questa possibilità, tra vent’anni i nostri corridoi avranno ancora una ragione per essere attraversati. Il Rinascimento dell’università comincerà proprio dalla capacità di rendere più prezioso e degno il tempo che vi trascorriamo insieme, dopo anni di lassismo e ricerca volta a soddisfare le metriche più che la qualità.
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Questa roba è indecente e ben poco democratica. Tutti, dentro o fuori dal Parlamento, devono raccogliere le stesse firme. Possiamo decidere che siano miliardi di miliardi, cinque o nessuna, ma deve valere per tutti.
Il senatore e microbiologo Andrea #Crisanti lascia il gruppo del #PD e passa al Misto per consentire a Rifondazione Comunista (#PRC) di Maurizio #Acerbo di evitare la raccolta firme prevista dalla nuova legge elettorale. Il PD dovrebbe "prestare" il senatore al Patto per l’Autonomia, formazione autonomista friulana che potrebbe costituire una componente parlamentare dichiarando di rappresentare anche Rifondazione.
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Sono in visita dai miei e temo che mio padre sia il vero responsabile dei supermercati vuoti in alcune aree del Sud. Mi scuso per lui. 😅 Ha commissionato a mia cugina in visita una camioniata di cose per dispensa e cella frigorifera, inclusi 30kg di stoccafisso, 20 di salsicce, metà della produzione annuale di olive di Gaeta, collane di annoglia, due o tre carriole di mozzarella e caciocavallo, ecc. Ovviamente stasera stocco alla napoletana!
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Parlando di cose poco serie, una di quelle che trovo più squallide ultimamente sono le app che ti dicono di non perdere tempo sui social, ma di migliorarti leggendo i loro riassunti di saggi famosi in due minuti. Sono uno specchio perfetto dei tempi.
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Ogni tanto è bene ricordare che la libertà di parola non implica l’obbligo di ascolto.
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La sempre brillante idea dell'esercito per strada, a svolgere compiti di polizia. 🎪
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Ho appena scoperto che un collega americano, persona squisita, col quale ho collaborato su diversi progetti di formazione executive, è tragicamente scomparso con la moglie durante la terribile alluvione che ha sconvolto Tibet e Nepal qualche settimana fa. Era il suo primo viaggio da pensionato. Che brutta notizia.
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"Tensioni a Losanna..." 😅
🇨🇭💸 FLASH - Tensions à Lausanne (VD) lors d’une manifestation de jeunes contre le capitalisme où un manifestant aurait volontairement percuté le rétroviseur d’un automobiliste.
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Aggiorniamo al 65%.
Se alle prossime politiche, ed è un grande se, il csx dovesse prevalere, personalmente stimo la probabilità di Conte premier superiore al 50%.
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Google, Apple, OpenAI and Anthropic all do AI research in a city of around 450,000 people. Why Zurich? Discover the talent, science and stability behind one of the world’s densest AI hubs. More info: bit.ly/481zzCk
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Les émeutes gagnent même la Suisse.
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Prodotti tipici stagionali italiani (lista non esaustiva): - Leggi di bilancio che grattano il fondo di un barile bucato; - Lo sciopero generale della Cgil; - Il fermaporta natalizio di Bruno Vespa, con immancabili riferimenti (rigorosamente storici, ça va sans dire) a Mussolini;
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Il timbro del burocrate.
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L’AI a noi ci fa un baffo.
No surprises on the use of AI by EU companies at the very top and bottom, but some surprises in between. Based on latest @EurobarometerEU.
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