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Nella bozza della manovra si intravedono tanti favori ai privati a danno del servizio pubblico
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Il messaggio completo di Jannik a Kimi per il primo Titolo Mondiale.
🦊x🏎
Forza 💙
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QUESTO BAMBINO HA APPENA REALIZZATO IL SUO SOGNO PIÙ GRANDE ❤️❤️❤️
#Kimi
#Antonelli
#CampionedelMondo
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+++ IMPORTANTE +++
La Redazione di Lercio precisa di non avere nulla a che fare (peccato, perché è un capolavoro) con la notizia relativa alla mamma della famiglia del bosco che sarà pagata come docente all'Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare.
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"Non puoi vivere una vita felice se non hai mai sentito questa storia."
#proietti #gigiproietti #estateromana #storie
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Siccome telemeloni non mostrerà queste immagini che fanno tanto bene al cuore, vi invito a farle girare alla faccia della serva dei poteri forti
#ScioperoGenerale
#30ottobre
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Nordio sulla scarcerazione di Youssef Siher: "Sorpreso dalla decisione del gip". Capita quando non sei del mestiere.
[pirata21]
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Nel tardo pomeriggio di ieri, di ritorno da Milano , siamo rimasti bloccati dentro la stazione di #Bologna. Quasi un’ora e per la nostra stessa tutela, mentre fuori un centinaio di delinquenti metteva a ferro e fuoco le strade adiacenti. Devo ringraziare una giovane donna della Polizia di Stato che si è adoperata per farci uscire in sicurezza da un varco laterale visto che mia moglie stava accusando un malore. Siamo tornati a casa in sicurezza grazie a questa servitrice dello Stato. Quanto alla situazione più in generale temo che ci si stia spingendo oltre; quando nel contesto del sacrosanto diritto di riunione qualcuno vede il pretesto per “spaccare tutto” finisce che siano proprio gli equilibri sociali a spaccarsi e solitamente non finisce mai bene.
«Le attrici possono scadere invecchiando?». La domanda di un giornalista a Geppi Cucciari accende la conferenza stampa di Zustissia, il film di Francesco Piras dedicato alla storia dell'errore giudiziario che ha coinvolto il pastore sardo Beniamino Zuncheddu, assolto dopo circa 33 anni di carcere. L’attrice ha replicato con sconcerto e ironia all’uomo in platea.
Video Instagram Valentina Di Nino @val_din
#geppicucciari #zustissia
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Se ne è andata all'età di 90 anni la donna della Luna, Margaret Hamilton.
Qui fotografata di fianco agli elenchi del software sviluppato da lei e dal team di cui era responsabile, il team del software di bordo del modulo lunare e del modulo di comando per la missione Apollo 11.
Il software sviluppato da Hamilton e dal suo team era responsabile di molte funzionalità critiche, tra cui il controllo del volo, la navigazione, la gestione dei dati, i sistemi di comunicazione e la sicurezza dei sistemi. Era progettato per gestire situazioni di emergenza, errori di sistema e fornire feedback in tempo reale agli astronauti.
Margaret inoltre, utilizzò un approccio innovativo per la gestione degli errori nel software, introducendo il concetto di "interrupt", che consentiva al software di rilevare e gestire gli errori in modo tempestivo, minimizzando gli effetti negativi sul sistema.
Il codice scritto dal team di Hamilton ha fornito le basi per il controllo e il funzionamento sicuro delle missioni spaziali, consentendo agli astronauti di esplorare la Luna e tornare sulla Terra in modo sicuro.
Riposa in pace, Margaret.
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#zonabianca
Non entro nel merito della vicenda di Abderrahim Fakir a Bologna. Ma il video di sua sorella mostra un dettaglio che non possiamo ignorare. Parla di un enorme problema culturale, di un’incompatibilità profonda che spesso fingiamo di non vedere. Capisco il dolore. Capisco le urla, il pianto, la richiesta di risposte. Sono reazioni umane, legittime e comprensibili.
Ma c'è una parola che la donna ripete per ben dieci volte in pochi minuti. Non una, non due: dieci.
Dice: "Io voglio vendetta". Non è un errore linguistico. Parla un ottimo italiano, usa i termini con precisione. Sceglie consapevolmente quella parola. E quella parola pesa come un macigno.
Il problema è strettamente culturale.
La nostra civiltà – di matrice cristiana e illuminista – si fonda su concetti come diritto, processo, prova e pena.
Abbiamo messo al centro la giustizia, che è l'esatto opposto della vendetta:
- La giustizia è imparziale, la vendetta è arbitraria.
- La giustizia guarda al futuro, la vendetta al passato.
- La giustizia ripara, la vendetta distrugge.
Evocare la vendetta è un atto grave che apre le porte a una spirale pericolosa: quella delle faide, delle leggi del taglione, del non riconoscimento dello Stato. Quando la vendetta diventa il linguaggio del dolore, si legittimano la violenza e l'odio infinito. Dopo secoli di guerre e sangue, noi abbiamo scelto faticosamente lo Stato di diritto al posto della legge del più forte. Abbiamo scelto la giustizia. Ed è esattamente questa scelta a definire chi siamo.
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Raffiche di vento spaventose su Bologna, il Comune invita alla prudenza | VIDEO ift.tt/qaPTH90
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I dati di EmiliaRomagnaMeteo ci permettono di osservare l'intensità del downburst prodotto dal sistema in transito sulla pianura emiliana. Raffiche su ampie aree comprese tra 70 e 110 km/h.
Dall'immagine di zoom.earth è evidente l'area "centrale" del sistema, quella dove sono presenti le celle più intense.
[dove vedete "ribollire" le nubi significa che i cumuli sono più alti che altrove]
Il sistema proseguirà la sua corsa verso est, interessando a breve tutta l'area di pianura tra Rovigo-Ferrara e Bologna. Prestate attenzione il sistema è molto intenso.
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Those who have lost their lives in the Mediterranean Sea are victims both of decisions that were made and of decisions that were not made. Indifference to the common good and corruption in their countries of origin; a global economic system that generates poverty and exclusion; fear that fuels prejudice and contempt; the belief that such problems do not concern us; the criminal calculations of those who profit from the suffering of others; the slow and difficult transition from mere emergency management to the development of comprehensive and shared policies. #PastoralVisit #Lampedusa
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Il remote work spiega un terzo del peggioramento della salute mentale USA (Science). Chi vive da solo perde un quinto del benessere. Anch'io ho sbagliato.
Ne scrivo su #abassavoce (link nel primo commento).
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Era il 7 giugno 1984. A Padova, Enrico Berlinguer stava tenendo uno degli ultimi comizi in vista delle elezioni europee.
A un certo punto, dalla folla, qualcuno iniziò a urlare: “Basta, Enrico! Basta!”.
No, non lo stavano contestando. Era paura.
Perché alcune di quelle diecimila persone, ammassate in piazza della Frutta sotto un cielo attraversato dai lampi, si erano accorte che qualcosa non andava: la voce che si impastava, le parole che inciampavano, le mani che avevano cominciato a tremare sul leggio.
Enrico Berlinguer stava male. E loro lo supplicavano di smettere.
Lui scosse la testa e tirò dritto. In quel discorso c’erano cose che voleva dire fino in fondo. E le disse.
Trascinò per dieci minuti ancora la voce e le mani che non gli rispondevano più, fino alla chiusura:
“Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”.
Furono le sue ultime parole pubbliche.
Lo accompagnarono in albergo, dove poche ore dopo entrò in coma. Lo trasferirono d’urgenza all’ospedale Giustinianeo, dove i medici diagnosticarono un’emorragia cerebrale massiva e capirono subito che non c’era più niente da fare.
Quella sera, a Padova, c’era anche Sandro Pertini, presidente della Repubblica, in città per un impegno di Stato.
Quando gli arrivò la notizia mollò tutto e corse in ospedale, si chinò sul letto di Enrico e gli baciò la fronte. Ai cronisti che gli chiedevano se sarebbe rientrato a Roma rispose con una frase sola, che bastò a far capire al Paese che legame li tenesse insieme: “Qua c’è un mio figlio”. E in quella stanza restò, accanto a lui, per quattro giorni.
L’Italia intanto si era fermata. In molte fabbriche gli operai sospendevano i turni. Davanti all’ospedale di Padova cresceva, ora dopo ora, una piccola montagna di fiori, biglietti e bandiere rosse.
Lunedì 11 giugno l’Unità uscì con quattro parole in prima pagina: “Ti vogliamo bene Enrico”. E quel lunedì stesso, alle 12.45, Enrico Berlinguer morì.
Pertini decise che la salma sarebbe tornata a Roma sul suo aereo presidenziale, accompagnata da lui in persona.
Quando Bettino Craxi e Claudio Martelli protestarono per quella che consideravano una forzatura istituzionale, Pertini rispose con una frase che sarebbe entrata nella leggenda: “Voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta, e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il PSI prende voti”.
Il 13 giugno, in piazza San Giovanni, si tennero i funerali. Scesero in strade un milione e mezzo di persone: il funerale più grande della storia della Repubblica italiana.
Verso la fine, Sandro Pertini si alzò in piedi. Aveva ottantotto anni, era pallido e sfinito da quattro giorni di veglia. Camminò a fatica fino al feretro, si chinò e lo baciò.
Quattro giorni dopo, il 17 giugno, l’Italia andò a votare per le europee. Il Partito Comunista Italiano prese il 33,3 per cento dei voti e per la prima e unica volta nella sua storia superò la Democrazia Cristiana.
Aveva chiesto di lavorare casa per casa, strada per strada. E gli italiani lo avevano ascoltato: erano andati casa per casa, strada per strada, a portarlo in trionfo un’ultima volta.
Enrico Berlinguer era morto come aveva vissuto: in piedi, su un palco, a parlare alla sua gente. Non chiese mai niente per sé. Lasciò, invece, un’idea di politica come servizio, di onestà come dovere, di coerenza come unica misura di un uomo.
Per questo, oggi, 42 anni dopo, gli vogliamo ancora bene.

























