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Cronaca e fatti violenti: restiamo umani, dentro le #notizie ci sono le persone #giornalisti #stampa #sardegna
odgs.it/2026/10/28/cronaca-e…
@ODG_CNOG @FnsiSocial
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Ieri nella Commissione d’inchiesta sul Covid la destra ha “processato” l’ex ministro della salute, Speranza che ha difeso vaccini e misure che hanno salvato tante persone. Berlusconi sostenne vaccini e misure ma Forza Italia ieri non è intervenuta. Vigliacchi.
La domanda è: se il Brasile ha bloccato il passaporto brasiliano, Bolsonaro si sta muovendo con il passaporto italiano?
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#LeggediBilancio Quattro anni di mancette, nessuna visione, nessun investimento per far risalire il Paese.
La #Manovra di Meloni sarà debolissima - @silviolai
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I PIANI DEL CREMLINO PER PAGARE GLI INFLUENCER ITALIANI — Oggi è uscita un’inchiesta importantissima di The Insider, basata su documenti interni russi e comunicazioni riservate che ricostruiscono chi organizza e diffonde la propaganda russa in Europa, Stati Uniti e Ucraina.
Al vertice c’è Sergey Kiriyenko, vicecapo dell’amministrazione presidenziale di Putin. Sotto di lui, funzionari del Cremlino, agenzie e società incaricate di creare notizie false, manipolare le discussioni sui social e influenzare l’opinione pubblica.
Gli obiettivi sono alimentare la sfiducia nelle istituzioni, dividere le società occidentali, screditare l’Ucraina, ridurre il sostegno militare a Kyiv e convincere gli europei che le sanzioni alla Russia danneggino soprattutto loro.
C’è anche l’Italia.
Dai documenti emerge un progetto per pagare influencer italiani affinché producano contenuti contro le sanzioni alla Russia. Gli influencer, però, non devono sapere chi ci sia realmente dietro. Un dipendente dell’organizzazione russa scrive:
«L’importante è che non scoprano chi l’ha commissionato. Al momento pensano che sia un partito politico italiano»
Assurdo.
Chi sono questi influencer?
(Nell’inchiesta c’è davvero molto altro, consiglio di leggerla tutta. Comunque tornerò ad approfondire altri punti nei prossimi giorni)
«Двойники» Путина: кто стоит за кремлевской сетью дезинформации Doppelgаnger и чем они занимаются
theins.ru/inv/298284
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It is a basic principle of American democracy that the government can’t selectively target individuals simply because of their political beliefs or what they say. But that’s exactly what the Trump Administration is doing to Congresswoman Ilhan Omar of Minnesota.
To understand why this is so appalling, it’s important to know the facts. Congresswoman Omar came to this country with her father when she was 12 years old. Five years later, her father became a naturalized citizen. If Ilhan had been 18 at the time, she would have had to apply for citizenship separately. But because she was 17, she became a naturalized citizen automatically.
Congresswoman Omar went on to graduate from college, work as a community organizer, become the first Somali-American legislator elected to public office in the U.S., and win a seat in Congress. There, she has been one of the Trump Administration’s fiercest critics, which has led the president to repeatedly single her out as someone who he believes does not belong in this country.
Now the Administration is actively trying to deport Congresswoman Omar, seemingly based solely on the unsubstantiated theory that she was actually 18 when her father was naturalized, and therefore is not a citizen. Federal agents have raided her home, confiscated personal records, and seized her phone — all to try and uncover a nonexistent smoking gun from 20 years ago that will somehow make their case.
Think about that. The full weight of the federal government is being brought down on a law-abiding elected official because she has dared to criticize the president. And it’s not the first time this has happened. Under President Trump, the Justice Department has repeatedly gone after those he considers his political enemies — from the Attorney General of New York, to the former head of the FBI, to members of the Federal Reserve.
In those cases, the prosecutions either stalled or were dismissed for having no basis in law, and the same is likely to happen in this case. But not before Congresswoman Omar’s life has been turned upside down, her legal bills have piled up, and she’s been forced to spend time fighting unsubstantiated charges instead of serving the people of Minnesota.
The fact that any president, or any administration, is willing to engage in such transparent efforts to intimidate someone should outrage all Americans, regardless of how they feel about Congresswoman Omar’s political views. Because if this becomes the new normal, there’s no reason to believe it will stop with her — or that future presidents, in either party, won’t do the same.
Vent’anni fa, il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja veniva assassinata a Mosca. Aveva 48 anni e faceva il suo mestiere: cercava fatti, ascoltava le vittime, chiedeva conto al potere.
Su Novaja Gazeta raccontava ciò che la propaganda voleva nascondere: torture, sparizioni, violenze sui civili in Cecenia. Aveva subito minacce e intimidazioni. Continuava a scrivere.
La sua storia ci ricorda che la repressione comincia anche dalle parole: da quelle proibite, dalle domande considerate ostili, dai fatti sostituiti con la versione ufficiale. Quando chi governa pretende di decidere anche che cosa sia vero, un giornalista libero diventa un bersaglio.
Anna aveva mostrato il volto autoritario della Russia di Putin quando troppi, in Europa, preferivano guardare altrove. Ricordarla significa anche fare i conti con quella rimozione, con la disponibilità a sacrificare i diritti in nome degli affari e della convenienza.
La sua lezione riguarda anche noi. La libertà di stampa si misura nella possibilità di pubblicare un’inchiesta scomoda, di porre una domanda senza subire ritorsioni, di criticare chi governa. E nella disponibilità della politica ad accettare quel controllo, soprattutto quando ne è il destinatario.
Da parlamentare, penso che il modo più serio di onorarla sia difendere queste condizioni: tutelare i giornalisti minacciati, contrastare le querele usate per intimidire, proteggere il pluralismo e l’autonomia dell’informazione.
Il coraggio di Anna Politkovskaja merita memoria. La libertà per cui ha lavorato esige responsabilità, ogni giorno.
#AnnaPolitkovskaja #LibertàDiStampa #GiornalismoLibero #DirittiUmani
#AnnaPolitkovskaja #LibertàDiStampa #GiornalismoLibero #DirittiUmani
Caso Cospito, le motivazioni della condanna a Delmastro: "Passò i documenti a Donzelli per prevalente finalità politica"
tg.la7.it/cronaca/delmastro-…
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Il Presidente Mattarella a Trento per la cerimonia “1946-2026: 80 anni di una
Repubblica e di una Autonomia speciale” – at Trento, Trentino-South Tyrol
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Sono consapevole che la vicenda non susciti grande clamore. Ma vi sembra normale che l’unica testata a dare oggi la notizia della richiesta di archiviazione dell’inchiesta sul delitto #Attanasio sia stata L’Espresso?
È vero che avevo la notizia in esclusiva, ma da quando è uscita questa mattina nessuno ne ha scritto o parlato.
Io lo trovo vergognoso.
Attanasio era un ambasciatore ucciso mentre stava svolgendo le sue funzioni.
Un cosiddetto “patriota”.… e il governo non si era neanche costituito parte civile.
lespresso.it/c/attualita/202…
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Le autorità danesi hanno svelato piani concreti da parte della Russia per compiere azioni di sabotaggio contro aziende in Danimarca: lo riporta l'emittente di servizio pubblico danese, DR #ANSA ansa.it/sito/notizie/mondo/2…
E ora non chiediamo alla compagna di Pasquale come si sente. Chiediamo quanti pacchi aveva sul furgone mttmtt.it/e-ora-non-chiediam… via @mattimotta
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Nella Russia di Putin non solo viene escluso dalle prossime elezioni l’unico partito pacifista (Yabloko). Ma oggi il vicepresidente di quel partito, Lev Shlosberg, è stato condannato a 11 anni di carcere per aver pubblicato sui social un post contro la guerra in Ucraina. In tribunale, interrotto più volte dal giudice, Shlosberg ha detto: «Una vita degna per l’uomo è una vita senza guerra, senza la minaccia costante di una morte improvvisa. Una vita degna è un dialogo civile nel Paese».
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Commento al Vangelo di Matteo (15,21-28) - Domenica 16 agosto.
Gesù se ne va. Lascia la Galilea, si spinge a nord, verso Tiro e Sidone — terra straniera, terra pagana, fuori dai confini d’Israele. Matteo (15,21-28) non dice perché. Dice solo che si ritira, si sottrae, cerca un altrove. Una donna esce da quella terra e gli viene incontro gridando.
È una cananea, cioè membro del nemico storico del popolo di Israele, quello che doveva cacciare dalla terra promessa, la stirpe maledetta. La storia si ripete tragicamente: i palestinesi di oggi sono, in misura importante, discendenti delle antiche popolazioni locali del Levante, fra le quali i Cananei. E questa donna grida: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! La mia figlioletta è molto tormentata da un demonio». Grida in mezzo alla strada, con i titoli giusti — Signore, figlio di Davide — come se avesse studiato il protocollo. Ma sotto il protocollo c’è il corpo di una madre che non dorme da settimane, che ha una figlia malata e non sa più a chi chiedere.
Gesù non risponde. Matteo lo dice con una brutalità che toglie il fiato: «Ma egli non le rivolse neppure una parola». Silenzio. La donna grida e lui cammina. Niente. Come se non esistesse, come se l’aria tra loro fosse un muro. È un silenzio che pesa come un macigno, più duro di qualunque rifiuto esplicito. I discepoli intervengono, ma non per pietà — per fastidio: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando». Mandala via. Falla smettere. Il grido di una madre è diventato un disturbo.
E Gesù parla, finalmente, ma quello che dice è peggio del silenzio: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Il confine è tracciato. Lei è fuori. Non è una pecora d’Israele, non è del gregge, non è prevista. La missione ha un perimetro e lei ne è esclusa. Ma la donna non si ferma. Viene avanti, si getta ai suoi piedi — Matteo dice che si prostrò, lo stesso verbo dell’adorazione — e dice tre parole: «Signore, aiutami». Ha lasciato cadere i titoli, il protocollo, il figlio di Davide. Resta il grido nudo: aiutami.
E Gesù risponde con la frase più dura che i Vangeli gli attribuiscano: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Cagnolini. La chiama cane — con il diminutivo, che non addolcisce ma rende la cosa più crudele. I figli sono Israele. Il pane è per loro. Lei è un cagnolino sotto la tavola. L’immagine è brutale, gerarchica, spietata.
Ma la donna non crolla. Non piange, non si offende, non se ne va. Fa qualcosa di più potente: prende l’insulto e lo rovescia. «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Accetta la posizione — sì, sono un cane sotto la tavola — e la trasforma in argomento. Se sono un cane, allora mi spettano le briciole. Non chiede il pane intero. Chiede quello che cade, lo scarto, l’avanzo. E in questa umiltà strategica c’è un’intelligenza finissima e disperata. Shakespeare conosceva queste donne: Porzia nel Mercante di Venezia che smonta la legge con la legge, che prende le parole dell’avversario e le ritorce come un guanto. La cananea fa lo stesso: prende la metafora di Gesù e la vince dall’interno.
E Gesù si ferma. Si ferma davvero, per la prima volta nella scena. «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». La parola che usa — «grande» — è la stessa che il Vangelo riserva ai miracoli, alle opere potenti. Una straniera ha fatto quello che nessuno del gregge ha saputo fare: ha resistito al rifiuto, ha trasformato l’offesa in preghiera, ha preso un no e lo ha forzato fino a farlo diventare sì. La figlia guarisce in quell’istante, dice Matteo. Senza un tocco, senza un gesto.
Antonio Spadaro
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“Lo scopo di Putin è sempre stato lo stesso:
asservire l'Ucraina, come passo per sovvertire l'ordine europeo emerso con la fine dell'Unione sovietica («la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo»).
Quell'obiettivo non è mai cambiato”
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#16agosto 1924. Dopo oltre due mesi di ricerche, il corpo di Giacomo Matteotti, rapito a giugno da sicari fascisti, è rinvenuto nel terreno della tenuta Quartarella. nei pressi di Riano Flaminio. La notizia del ritrovamento nelle prime pagine dell’epoca.































