Dirigente pubblico. Lavoro a Roma da 30 anni, catanzarese di nascita e 10 anni in giro per la Toscana

Joined May 2014
Sempre grazie a @LuigiManconi1, per la precisione con cui dice quello che c’e da dire su questa storia assurda. (E non e’ solo questione di garantismo, ma di senso del ridicolo)
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Questa è la traduzione leggermente riassunta di un articolo più elaborato che ho scritto per una rivista studentesca che mi ha chiesto la mia opinione sul futuro dell'università. Negli ultimi mesi mi capita sempre più spesso di passeggiare lungo i corridoi della mia facoltà e di sbirciare nelle aule indaffarate, ponendomi una domanda inevitabile, scontata direi, ma allo stesso tempo difficilissima: tutto questo esisterà ancora tra vent’anni? Mentre vediamo modelli linguistici e sistemi generativi comporre saggi, risolvere equazioni e problemi vecchi di decenni, scrivere codice e sintetizzare interi manuali in pochi secondi, interrogarsi sul futuro dell’università mi sembra del tutto naturale. Specie per chi, come me, ne fa parte e crede nell’utilità dell’istituzione universitaria per una società sana, aperta e prospera. Come tanti, io credo che l’università abbia davanti una metamorfosi profonda, a tratti dolorosa, ma diversamente da molti miei colleghi sono ottimista. Penso che l’intelligenza artificiale, mettendo in discussione alcune delle funzioni più consolidate dell’università, possa spingerla a riscoprire il senso della propria esistenza. Molto dipenderà dalla capacità degli atenei, e quindi di noi professori, di riconoscere ciò che, nel nostro lavoro, merita davvero di essere custodito, ossia difeso e sviluppato, e ciò che invece può essere demandato o abbandonato. Se volete, posso già anticiparvi il succo della mia idea: ci sarà un ritorno al passato, alla bottega del maestro, ad alcune antiche eredità del Medioevo bolognese. Immagino che una parte crescente dello studio individuale passerà attraverso sistemi personalizzati, disponibili a qualsiasi ora, capaci di adattare una spiegazione, proporre esercizi e tornare sullo stesso concetto tutte le volte necessarie, combinando più formati con una ricchezza multimediale difficile da eguagliare per un singolo docente. Per uno studente, poter fare una domanda senza imbarazzo e ricevere subito un chiarimento sarà un vantaggio enorme, che renderà inutile una lezione limitata a ripetere pedissequamente il contenuto di un manuale. Occorrerà, ancor più di oggi, trovare una ragione convincente per occupare un’aula e il tempo di chi la frequenta. È proprio qui, allora, che la presenza fisica può acquistare un significato più forte, rinnovato. Del resto, negli anni della pandemia abbiamo visto quanto contassero anche le parti apparentemente marginali della vita universitaria, fossero esse una conversazione dopo la lezione, un’obiezione inattesa, un pomeriggio trascorso a studiare insieme, o l’incontro con qualcuno capace di cambiare il nostro modo di vedere un problema. Comprendere una spiegazione, dibattere, sostenere un’idea davanti ad altre persone e accettare che venga messa in discussione sono esperienze diverse, fondamentali, e una seria formazione ha bisogno di tutte. L’università che immagino darà più spazio a questa dimensione d’interazione umana, fatta di discussioni, laboratori, progetti condivisi, pensiero astratto e ricerca. Andremo in aula per mettere alla prova ciò che abbiamo studiato e appreso, confrontarci con prospettive diverse e affrontare problemi la cui soluzione richiede di lavorare insieme, non semplicemente di scartabellare tra milioni di pagine o produrre l’ennesima slide. Anche la conversazione davanti alla macchinetta del caffè continuerà ad avere un valore, perché spesso è lì che una domanda rimasta ai margini della lezione o di un seminario trova finalmente spazio. In questo scenario cambierà inevitabilmente anche il mestiere del professore, la cui autorevolezza dipenderà sempre più dalla capacità di orientare il lavoro degli studenti in piccoli gruppi, specie per le materie più avanzate, scegliendo problemi significativi, riconoscendo un ragionamento fragile dietro una risposta elegante, chiedendo conto di un passaggio dato troppo rapidamente per scontato. Un buon docente saprà anche fermarsi su un errore e mostrare perché vale la pena comprenderlo, e farà dell’imitazione un fondamento pedagogico, perché si impara anche osservando come il “maestro” affronta un problema, costruisce un ragionamento e corregge i propri errori, come succedeva nei chiostri e nelle botteghe artigiane di un tempo. È in questo accompagnamento che vedo riemergere con forza la dimensione maieutica dell’insegnamento, col docente che potrà lasciare il mero nozionismo alle macchine, concentrandosi sulla capacità di elaborare l’informazione, al di là della ripetizione pappagallesca. Già oggi, per accorgersi che una macchina sta producendo una spiegazione plausibile ma sbagliata bisogna conoscere l’argomento, e questa esigenza sarà sempre più evidente e pressante in futuro. Piccolissima digressione: per alcuni settori critici prevedo una rinnovata esigenza di certificazione esterna, umana. Per formulare una buona domanda bisogna avere già qualcosa su cui pensare, non basta mettere in fila una serie di parole con più o meno senso apparente. L’università dovrà quindi interrogarsi con maggiore precisione sulle conoscenze che uno studente deve fare proprie e sulle operazioni che può affidare a uno strumento. Tutto questo richiederà conoscenze solide e porterà a una forte pressione su docenti e studenti, generando una polarizzazione che, quella sì, ritengo inevitabile. Mentre l’accesso all’informazione diventerà sempre più diffuso e a basso costo, immagino che la formazione universitaria si concentrerà sempre più sull’accompagnamento personale di poche persone e sul lavoro avanzato, lasciando la formazione di base a scuole superiori potenziate e percorsi online. In questo scenario mi aspetto una riduzione nel numero degli atenei, un loro consolidamento. Dopo una breve parentesi di massa, l’università tornerà a essere di élite e a occuparsi di meno materie. Per élite intendo un gruppo selezionato per preparazione, attitudine e interesse, senza alcuna valenza sociale o di censo. Ed è per questo che serie borse di studio saranno fondamentali. Il professore universitario del futuro tornerà a essere quasi un “maestro di bottega col suo gruppo di garzoni aspiranti artisti”. Al suo ruolo formativo si affiancherà un rinnovato compito di certificazione, volto a garantire la qualità dei suoi studenti, mettendo in gioco la propria reputazione. Se quella garanzia si rivelerà infondata, ne risponderà anche la credibilità del maestro. Alcuni docenti diventeranno talmente visibili da permettersi di farsi ateneo: gli studenti vorranno loro, proprio loro. Sarà un fenomeno secondario, ma non irrilevante in alcune discipline. Arriviamo così al nodo che considero decisivo, ossia il valore del titolo di studio. Non quello legale, ovviamente, ma la fiducia che quel titolo riesce a generare nelle capacità di chi lo possiede. Quando produrre un elaborato convincente diventa sempre più facile, quell’elaborato, da solo, ci dice sempre meno sul percorso e sulle capacità di chi lo presenta. La scrittura, specie quella manuale, conserverà il suo valore come esercizio di pensiero, ma la valutazione dovrà rendere visibile anche il lavoro che conduce al risultato, cioè le scelte, gli errori, le revisioni, le ragioni di una conclusione. Per un soggettivista come il sottoscritto sono parole bellissime. Diventerà più importante sapere chi comprende davvero ciò che presenta, chi sa adattare una soluzione a un problema nuovo e chi è capace di riconoscere i limiti del proprio lavoro. In questa esigenza l’università troverà una delle sue ragioni più forti per continuare a esistere e rafforzarsi. Mi aspetto quindi una rinnovata centralità dell’esame orale, della discussione pubblica e della prova pratica. Immagino valutazioni in cui si chieda allo studente di difendere una scelta, rispondere a un’obiezione, correggere un errore o affrontare una situazione imprevista. Alcune prove serviranno a verificarne l’autonomia senza assistenza, mentre altre a capire come lo studente utilizza l’intelligenza artificiale, come ne controlla i risultati e quanto sa assumersi la responsabilità delle proprie conclusioni. Il voto finale tornerà a essere un segnale di qualità, attraverso un inevitabile inasprimento delle valutazioni e una forte spinta alla selezione. Una trasformazione del genere pretenderà risorse e scelte organizzative (e diventerà una discriminante sempre più forte tra paesi generatori di conoscenza e paesi consumatori). In teoria anche tempo, ma la pressione tecnologica non lo permetterà. Far discutere gli studenti, seguirne individualmente i progetti e valutarne il percorso richiede un investimento e una trasformazione nel lavoro dei docenti, e gli atenei dovranno riconoscere questo impegno e creare le condizioni perché possa diventare una parte centrale della formazione. È qui che colloco la mia fiducia nel futuro dell’università, perché l’intelligenza artificiale ci costringe a tornare su una domanda essenziale per chi insegna: che cosa significa formare una persona? In sintesi, la risposta che immagino contiene più ricerca, più “filosofia”, più laboratorio e più incontro umano. Se gli atenei sapranno dare forma a questa possibilità, tra vent’anni i nostri corridoi avranno ancora una ragione per essere attraversati. Il Rinascimento dell’università comincerà proprio dalla capacità di rendere più prezioso e degno il tempo che vi trascorriamo insieme, dopo anni di lassismo e ricerca volta a soddisfare le metriche più che la qualità.
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In un paese che tratta così i suoi giovani - mentre non si sognerebbe mai di farlo coi vecchi - non ci si deve stupire se i giovani si ribellano (prima d'esser costretti ad andarsene). Ps per minus habens: non parlo delle violenze, solo delle #proteste. Sacrosante. #Vespa
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Tocca allo Stato garantire la sicurezza delle manifestazioni (come si diceva qui ieri)
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Chiudono le fabbriche in Italia, il carbonio vola altrove. Il report del CSC di @Confindustria evidenzia come il calo delle emissioni climalteranti non sia primariamente frutto di investimenti in tecnologie pulite o di innovazione di processo a parità di output, bensì della chiusura fisica degli impianti produttivi, della contrazione dei volumi manifatturieri e della delocalizzazione delle produzioni ad alta intensità energetica (fenomeno del carbon leakage). Viene sottolineata l'inadeguatezza dell'applicazione uniforme di regole rigide su basi di partenza asimmetriche: «Una condizione uniforme su basi di partenza disuguali produce chiusure, non decarbonizzazione.» Inoltre, «Secondo recenti stime, il rafforzamento europeo delle politiche climatiche ha fatto aumentare le emissioni incorporate nelle importazioni di beni manifatturieri. Il tasso di rilocalizzazione si attesta in media europea attorno al 14% (per ogni 100 t di CO2eq ridotte sul territorio nazionale, 14 tonnellate ricompaiono attraverso le importazioni), spinto dai settori a più alta intensità energetica dove supera spesso il 30%. Per l’Italia, il tasso medio è dell’8% e raggiunge circa il 40% nella metallurgia di base. Caso emblematico è rappresentato dalle importazioni di cemento e clinker da Paesi extra-UE [...]. Le importazioni italiane di cemento e clinker extra-UE nel periodo 2018-2025 sono cresciute del 1.181%.» Ulteriori future chiusure di impianti sono molto probabili: «L’azzeramento delle quote gratuite determinerà altre chiusure di imprese. L’acquisto dei diritti di emissione al prezzo di mercato per coprire le quote oggi gratuite determinerebbe un onere di spesa che supererebbe l’EBITDA per il 18% delle imprese manifatturiere in ETS, che impiegano circa 19mila dipendenti (16,5% del totale) e generano 744 milioni di valore aggiunto (5%).» La relazione con il prezzo dell'energia è un altro fattore importante: «Il costo dell’ETS viene sostenuto sia dalle imprese manifatturiere, per le proprie emissioni di processo, sia dagli impianti di generazione termoelettrica e, per questo, il costo della CO2 ha un impatto sul prezzo dell’elettricità: l’ETS incide per circa 30 €/MWh sul prezzo marginale italiano [...]. L’aumento dei prezzi dell’energia riduce la produzione industriale e l’occupazione.» Insomma: i dati del CSC indicano chiaramente che, per la manifattura, il raggiungimento degli obiettivi ambientali non ha coinciso con una reale trasformazione tecnologica a volumi costanti, bensì con la perdita secca di capacità produttiva, il calo dei margini aziendali e la sostituzione di filiere interne con fornitori esteri. Tale dinamica convalida pienamente l'ipotesi per cui le modalità di attuazione delle politiche di decarbonizzazione stiano determinando una vera e propria deindustrializzazione del Paese.
Bravi, bravissimi, burocrati del “green” ideologico. Volevate la decarbonizzazione, avete ottenuto la deindustrializzazione.
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Destra e sinistra sono convinte che il 3,1% di deficit sia dovuto non alla spesa (più alta) ma al pil (più basso). Cambia solo il responsabile: per il governo la colpa è dell’Istat che sottostima il pil nominale, mentre per l’opposizione è colpa del governo se il pil non aumenta abbastanza. Alla base dell’errore di prospettiva c’è probabilmente la convinzione, aritmeticamente infondata, che nella definizione del rapporto deficit/pil la variazione del numeratore o del denominatore contino all’incirca allo stesso modo. Se anziché diminuire l’indebitamento, aumenta il pil il risultato non cambia. E invece cambia molto, perché per avere un effetto sul risultato la variazione del denominatore (pil) deve essere molto più ampia (oltre 30 volte) di quella del numeratore (indebitamento). Il deficit attuale al 3,1% è frutto del rapporto tra un indebitamento di circa 70 miliardi e un pil di circa 2.265 miliardi. Per avere un deficit appena inferiore al 3%, con un pil (denominatore) sempre di 2.265 miliardi, serve un indebitamento (numeratore) di 67,5 miliardi: sono i 2,5 miliardi di uscite che sono apparsi come spese impreviste per investimenti. Se invece volessimo arrivare a un rapporto deficit/pil appena inferiore al 3% facendo aumentare il denominatore (pil) e lasciando il numeratore (indebitamento) a 70 miliardi, allora servirebbe un pil pari a 2.341 miliardi: ovvero 76 miliardi in più rispetto al livello attuale. Circa 3,5 punti di pil in più. Varrebbe a dire che, rispetto al pil del 2024 pari a 2.210 miliardi, nel 2025 in Italia ci sarebbe stata una crescita nominale del 6%: oltre il doppio di quella effettiva. Il governo non può davvero credere che l’Istat possa sottostimare così tanto la crescita che c’è stata, l’opposizione non può davvero credere che il governo avrebbe potuto far crescere l’economia a tassi cinesi. La realtà, invece, è che la ragione del deficit al 3,1% non sta nella crescita inferiore alle attese ma nella spesa fuori controllo rispetto al previsto. È questo che la politica non vuole vedere, ma che la matematica non può nascondere. ilfoglio.it/economia/2026/09…
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"A otto giorni dalla chiusura, le firme contro il ddl sulla caccia stanno al 17%. non posso credere che non abbiate trovato 30 secondi di tempo per firmare" Inutile fare i post se poi non firmate. Se siete contro la caccia, firmate qui. firmereferendum.giustizia.it…… RT per favore
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L'avete già detto vero che fa schifo 'sta cosa? Beh, dai, una volta in più non guasta.
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*BRILLIANT* The French made a short film about what could happen after all immigrants would follow the ‘_white, angry old man’s_’ advice to go back where they came from.*
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The creator of the C++ programming language, Bjarne Stroustrup, says AI-generated code is not successful and calls the idea of using natural language as a programming language idiotic. He says humans will still write code and use abstraction. According to him, AI generates bloated code with more bugs and security holes, making it hard to validate. He also says the senior developers needed to validate it are starting to retire because they don’t want to deal with validating something that changes every time you change your prompt. He goes on to say that AI is not good at writing safety-critical or performance-critical code: “Now, let’s say that 70 or 80% of the world’s code doesn’t fit that pattern, but it’s that 10, 20% of the code that I’m interested in.”
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Maria Chindamo, imprenditrice calabrese di 42 anni, laureata in economia, madre di tre figli, scomparve il 6 maggio 2016 davanti alla sua azienda agricola a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Quella mattina trovò la sua jeep bianca ancora accesa, con la radio accesa, ma sul cancello e sulla portiera c’erano evidenti tracce di sangue e capelli: segni di un’aggressione brutale e improvvisa. Un anno prima, il 6 maggio 2015, aveva perso il marito Ferdinando Punturiero, suicidatosi, e da allora gestiva da sola i terreni di famiglia tra la Piana di Gioia Tauro e il Vibonese, con determinazione e indipendenza. Secondo le indagini della Dda di Catanzaro, culminate nell’operazione Maestrale-Carthago e nelle dichiarazioni di pentiti come Emanuele Mancuso e altri collaboratori, Maria fu vittima di un omicidio mafioso orchestrato dalla ’Ndrangheta. Rifiutò di cedere i suoi terreni a un vicino con forti legami alla cosca locale, opponendosi alle mire espansive del clan. Inoltre, la sua libertà di donna – una nuova relazione dopo la vedovanza – non fu perdonata in un contesto patriarcale e mafioso. Fu sequestrata, uccisa in modo feroce e il corpo fatto sparire con la cosiddetta “lupara bianca”: dato in pasto ai maiali, che in circa 20 minuti ne eliminarono gran parte, mentre i resti ossei furono triturati e macinati con un trattore cingolato o una fresa per non lasciare alcuna traccia. Il presunto esecutore materiale è Salvatore Ascone, vicino di terreni e accusato di concorso in omicidio (anche per aver manomesso le telecamere di sorveglianza), mentre il mandante sarebbe stato Vincenzo Punturiero (suocero di Maria), deceduto nel 2017 prima degli sviluppi processuali. Il processo davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro, iniziato nel marzo 2024, è ancora in corso, con nuove udienze e testimonianze di pentiti che hanno confermato i macabri dettagli. A quasi 10 anni dalla scomparsa, la memoria di Maria vive grazie alla famiglia ,in particolare il fratello Vincenzo, che non ha mai smesso di lottare per la verità – e a iniziative come sit-in, eventi artistici e spazi dedicati sui suoi terreni, diventati simbolo di resistenza contro la ’Ndrangheta, la violenza di genere e la cultura del silenzio. La figlia ha detto: “Mamma vive in tutti noi, la ’Ndrangheta da questa strada non passa più”
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LA STORIA DEL CLIMA DEL PIANETA CONFERMA RUOLO CO2 Il clima è sempre cambiato? Sì, i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e proprio la storia climatica del nostro pianeta ci mostra una cosa fondamentale: la CO₂ è uno dei principali protagonisti di questi cambiamenti. 1/ 🧵
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“SPAIN SHOULD RETURN CEUTA TO MOROCCO.” Sure. Let’s start the clock in 711 and see who owes who: In 711, a Berber commander named Tariq ibn Ziyad crossed from North Africa and landed in Spain. His launch point was Ceuta. Within seven years almost the entire Iberian Peninsula was under Arab occupation, governed from Damascus. By 732 the Arab raiders were even at Tours, deep inside France. Taking it back took 781 years: Covadonga 722. Toledo 1085. Lisbon 1147. Las Navas de Tolosa 1212. Córdoba 1236. Valencia 1238. Seville 1248. Portugal finished in 1249 when Faro fell. The Portuguese-Spanish border has barely moved since and is one of the oldest continuous borders in Europe. Castile and Aragon needed another 243 years. What was left was Granada, which survived from 1238 mostly by paying tribute to Castile and waiting out Christian civil wars. Here is the part none of those “Ceuta is a Spanish colony” shills talk about: In 1415 King João I of Portugal sailed across the strait and took Ceuta from the Marinids in a single day. One of his sons was Henry the Navigator. The Age of Discovery starts there. So Portugal was conquering African soil while European soil, less than 300 km to the northeast, was still under Muslim rule. Boabdil, the last Nasrid Sultan of Granada, handed the keys to the Alhambra to Ferdinand II of Aragon and Isabella I of Castile on 2 January 1492, marking the end of nearly eight centuries of Muslim rule in Iberia. Later that same year, the Catholic Monarchs issued the Alhambra Decree, ordering the expulsion of Jews who refused to convert to Christianity. Coincidently, 1492 also marked the beginning of Spain’s rise as a global power, ushering in the Spanish Golden Age. For context and scale: the First Crusade began in 1096. That is 385 years after Spain was invaded. Anyone who starts this story with the Crusades is starting in the middle. Also, Spain never conquered Ceuta. In 1580 the Portuguese royal line died out and Philip II inherited the throne. When Portugal broke away again in 1640, Ceuta chose Madrid. Portugal formally ceded it in the Treaty of Lisbon in 1668. TL;DR: – Ceuta has been in Iberian hands since 1415. 611 years, uninterrupted. – Spanish since 1640, by treaty since 1668. 386 and 358 years. – Morocco independent in its current form since 1956. 70 years. Ceuta was Roman, then Byzantine, then fought over by Visigoths, then taken by Arab armies around 710. It has never been part of an independent Morocco. NOT ONE SINGLE DAY. Before anyone calls Ceuta a colony, explain what was founded in Andalusia in 711. Go ahead. I’m waiting.
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Ancora su IA e coscienza...
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Perché gli stranieri commettono più reati? La sovrarappresentazione nelle statistiche è reale: gli stranieri sono circa il 9% dei residenti ma circa un terzo dei detenuti e una quota simile delle denunce. Il punto è cosa spiega il divario, e qui i dati grezzi ingannano per tre ragioni. 1-Composizione demografica: la popolazione straniera è molto più giovane, maschile, urbana e povera di quella italiana, cioè concentrata esattamente nel profilo che in qualunque popolazione (anche tra italiani) commette più reati. 2-Distorsioni del denominatore e della misura: gli irregolari commettono una quota sproporzionata dei reati attribuiti agli "stranieri" ma non compaiono nel denominatore dei residenti; inoltre chi non ha residenza stabile finisce più facilmente in custodia cautelare e accede meno alle misure alternative, gonfiando i dati carcerari a parità di reato. 3-Possibili asimmetrie di denuncia e controllo, più difficili da quantificare. Sul piano causale, la variabile con l'effetto più forte identificato in letteratura è lo status giuridico, non la nazionalità. Ottenere lo status legale dimezza circa il tasso di criminalità, soprattutto per i reati a movente economico: l'accesso al lavoro regolare cambia il costo-opportunità del reato. Le ondate migratorie non hanno avuto effetti causali significativi sui tassi complessivi di criminalità nelle province italiane, con l'eccezione parziale delle rapine. A parità di reddito, occupazione, età e status regolare, il divario si riduce drasticamente: gli stranieri regolari e occupati hanno tassi di criminalità comparabili a quelli degli italiani con caratteristiche analoghe, e per molte tipologie di reato il residuo non è statisticamente distinguibile da zero. La correlazione grezza nazionalità-reati esiste. Gran parte è composizione demografica ed economica più status giuridico. La conclusione operativa è che regolarizzazione e accesso al lavoro sono le leve causali principali, molto più della quantità di immigrazione in sé.
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Per anni hanno ripetuto una frase semplice, semplicissima. Talmente semplice da stare su un manifesto: la difesa è sempre legittima. Una meraviglia della comunicazione politica. Quattro parole che sembravano cancellare secoli di diritto penale. Poi arriva la Cassazione. E scopriamo una cosa sorprendente: la Cassazione ha applicato proprio la legge del 2019, quella voluta da Matteo Salvini. Non il codice sovietico, non una norma scritta da qualche oscuro giurista nemico della proprietà privata. La loro legge. Non una volta. Tre volte. Tre corti diverse, tre gradi di giudizio, tre condanne fondate sulla stessa norma voluta dalla destra. I giudici hanno stabilito che quando Mario Roggero sparò, il pericolo era già finito. I rapinatori erano fuori dalla gioielleria, stavano salendo in macchina. Fine dell’aggressione. Fine della legittima difesa. Lo dice la legge. Quella scritta da Salvini. Naturalmente si può provare umana comprensione per Roggero. Anzi, è difficile non provarla. Quella famiglia aveva subito più rapine, aveva vissuto anni di paura, con moglie e figlia minacciate dentro il negozio. Lo Stato non era riuscito a proteggerla. Tutto vero. Ma il diritto serve proprio quando la comprensione rischia di trasformarsi nella giustificazione di qualsiasi cosa. Ed è qui che Roggero diventa, paradossalmente, anche una vittima della propaganda della destra. Prima gli hanno raccontato che con la legge Salvini la difesa fosse sostanzialmente sempre legittima. Poi lo hanno convinto che chi reagisce a un delinquente sia, in qualche modo, al di sopra della legge. Infine, invece di spiegare che i tribunali hanno semplicemente applicato quella stessa legge, lo trasformano nel simbolo di una battaglia politica, alimentando l’illusione della grazia. È il modo peggiore per aiutare una persona: prima la si induce a credere che il diritto dica una cosa che non dice, poi la si espone a uno scontro istituzionale che rischia di renderle ancora più difficile qualsiasi esito favorevole. La parte più curiosa, però, arriva dopo. Invece di spiegare agli italiani che lo slogan era, appunto, uno slogan, il ministro della Giustizia decide di parlare di grazia. E qui si entra nel teatro dell’assurdo. Perché la grazia è una prerogativa del Presidente della Repubblica. Il ministro può istruire una pratica, non può trasformarla in un’iniziativa politica, costringendo il Quirinale a entrare in una polemica che non gli appartiene. Fa impressione dover ricordare al Guardasigilli l’abc delle istituzioni. E c’è anche un effetto paradossale: trasformando la grazia in una bandiera politica, si mette il Capo dello Stato nella condizione più scomoda possibile, finendo per allontanare, anziché avvicinare, proprio l’ipotesi che si dice di voler perseguire. C’è poi un’altra questione, molto più seria e molto meno propagandistica. È giusto chiedersi se una famiglia già devastata da anni di rapine debba pagare risarcimenti milionari ai familiari dei rapinatori, mentre migliaia di vittime di reati non vedono un euro perché chi li ha derubati o aggrediti è nullatenente. Esiste un Fondo di rotazione per le vittime dei reati violenti e intenzionali. Peccato che il governo Meloni lo abbia lasciato largamente insufficiente rispetto ai bisogni reali. Se davvero si vuole stare dalla parte delle vittime, si comincia da lì, non dagli slogan. E se davvero si vuole evitare che commercianti e cittadini si sentano abbandonati, la risposta non è promettere licenze di sparare. È garantire sicurezza. Oggi, secondo le stime delle rappresentanze del comparto, servirebbero circa dodicimila tra carabinieri e poliziotti in più per rafforzare gli organici e il controllo del territorio. Lo Stato dovrebbe arrivare prima delle rapine, non dopo. La politica, invece, preferisce sempre gli slogan. Peccato che abbiano un difetto: prima o poi incontrano la realtà. E la realtà, ostinatamente, continua ad applicare le leggi. Perfino quelle scritte da Salvini.
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La sacrosanta amarezza di Massimo Cirri per una gestione che sembra non permettergli più di proseguire con #Caterpillar Una trasmissione che è stata, come scrive in questo messaggio tristemente perfetto, gioiosa cittadinanza radiofonica. Che ingiustizia, che dolore.
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